



I miei libri
Ho sentito il bisogno di scrivere per non lasciare andare un sapere che rischiava di perdersi. Non è solo mio, appartiene a chiunque abbia vissuto il mestiere delle pulizie con serietà e dedizione. Mettere nero su bianco esperienze e metodi significa offrire a chi verrà dopo un punto di partenza, una traccia, un aiuto concreto per camminare con maggiore sicurezza.
Il cuore di questo percorso è Pulito, il mio libro principale.
Sono 242 pagine di vita, un monologo interiore che diventa racconto corale. Dentro ci sono le voci dei pulitori, le loro mani, le loro albe, le storie di fiducia conquistata e di errori che insegnano. Pulito non è solo tecnica: è un libro che si legge come un romanzo, ma ti lascia in mano strumenti concreti per lavorare meglio. È una guida, un insieme di testimonianze, un viaggio dentro un mestiere che non è mai stato soltanto lavoro, ma incontro, crescita, occasione per diventare persone più attente.
Per chi vuole iniziare subito e senza costi, sul sito trovi “IL VETRO” il Metodo Professionale per pulire i vetri, pubblicato capitolo dopo capitolo, da leggere online. È il primo passo per scoprire metodo, gesti e segreti di un mestiere affascinante.
Segui i pulsanti e inizia a leggere gratis, poi – quando avrai assaggiato la profondità di questo lavoro – lasciati guidare verso il libro “Pulito”, che raccoglie tutta l’esperienza e la trasforma in un percorso completo.
Accanto a questo percorso digitale ci sono altri due titoli pensati per chi vuole approfondire temi specifici:
Tra piani e pianerottoli, dedicato alla vita dei condomini e al rapporto di fiducia con gli abitanti, e Pavimenti perfetti, per chi vuole conoscere ogni segreto delle superfici, dal marmo al gres, e imparare a mantenerle splendenti.
Questi manuali sono strumenti preziosi, ma Pulito resta il libro che unisce tutto: storie, tecnica, valori e metodo. È il testo da cui partire per capire davvero quanto sia grande e importante questo lavoro.
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Le intenzioni di “Pulito”
Ho scritto Pulito perché sentivo che qualcosa andava raccontato. Non si trattava solo di spiegare come si tiene in ordine un ambiente, o di elencare attrezzi e prodotti. Quello si può imparare lavorando, osservando, facendo pratica. Il bisogno era diverso: dare voce a ciò che resta spesso in silenzio, a quelle ore passate a lavorare quando la città dorme, ai volti che raramente vengono guardati, alle mani che lasciano tutto a posto senza che nessuno si accorga di chi ci sia stato.
Non volevo scrivere un manuale freddo, fatto di regole e procedure, ma nemmeno un racconto solo sentimentale. Pulito è nato come un cammino tra questi due estremi: la concretezza di un mestiere e la profondità di ciò che questo mestiere porta dentro. Ho cercato di intrecciare episodi reali con riflessioni, perché ogni lavoro, anche il più semplice, porta con sé domande grandi: che valore ha quello che faccio? Che segno lascio dopo il mio passaggio?
La mia intenzione non era insegnare dall’alto, ma condividere dal basso. Raccontare un mestiere come se fosse una storia, con la sua durezza e la sua bellezza. In quelle 242 pagine c’è la vita di tanti colleghi, la fatica quotidiana, la fiducia che ci viene consegnata quando entriamo in una casa o in un ufficio, il silenzio che accompagna certi gesti ripetuti, il senso di responsabilità che ti rimane addosso.
Se penso all’obiettivo, direi che è duplice. Da una parte volevo dare strumenti, idee, un metodo a chi lavora o lavorerà in questo settore. Dall’altra volevo restituire dignità e valore a un mestiere che quasi nessuno racconta, ma che tutti vivono ogni giorno, perché tutti attraversiamo spazi che qualcuno, prima di noi, ha pulito.
Pulito non è quindi un libro solo da leggere, ma da sentire. È il tentativo di trasformare la polvere, i vetri, i pavimenti in qualcosa che parla di vita, di cura, di responsabilità.
Estratto da Pulito – Parte 1
Le città dormono, ma c’è sempre qualcuno che veglia. Non sono i lampioni, né le telecamere di sicurezza, né i portieri notturni: sono mani che spostano sedie, trascinano secchi, passano panni umidi su superfici che il mattino dopo torneranno a brillare senza che nessuno si chieda come. È in quelle ore sospese che il mestiere mostra il suo lato più vero, lontano dagli sguardi, nudo e silenzioso.
Ricordo bene una notte d’inverno, quando uscii dal portone di un grande ufficio appena finito di sistemare. Faceva freddo, e mentre tiravo il carrello verso il furgone, le strade erano vuote. Dietro di me avevo lasciato corridoi lucidi, stanze che odoravano di pulito, scrivanie libere dalla polvere. Nessuno avrebbe mai visto il momento in cui tutto questo era accaduto: al mattino i dipendenti sarebbero entrati, accendendo le luci, trovando l’ambiente pronto ad accoglierli, e tutto sembrava naturale, come se fosse stato così da sempre. Ma non era magia: era lavoro, lavoro fatto di gesti ripetuti, di attenzione, di cura.
In quel silenzio mi resi conto che il nostro mestiere è un filo sottile che tiene insieme la vita quotidiana di tutti. Nessuno si accorge del filo, eppure senza quel filo le cose si spezzerebbero. Entrare in una stanza sporca o trascurata cambia lo stato d’animo di chi ci vive, rallenta i pensieri, appesantisce la giornata. Al contrario, trovare ordine e pulizia è come ricevere un benvenuto invisibile: ti senti accolto, rispettato, libero di cominciare.
Molte volte, mentre lavoravo, pensavo a quanto sia fragile il confine tra il visibile e l’invisibile. Una maniglia disinfettata, un vetro trasparente, un pavimento privo di macchie non sono mai notati, perché la normalità non sorprende. Ma basta che uno solo di questi elementi manchi, ed ecco che lo sguardo lo coglie subito, con fastidio, quasi con rabbia. Così funziona il nostro lavoro: nessuno ti loda per la normalità che crei, ma tutti ti giudicano se qualcosa manca. Eppure è proprio lì che sta la sua grandezza: nel saperci essere anche quando non si è visti, nel tenere in piedi quella normalità che tutti danno per scontata.
Quella notte, salendo sul furgone, pensai che forse il motivo per cui avevo deciso di scrivere era proprio questo: far emergere l’importanza di ciò che non si vede, ridare voce a un mestiere che non chiede applausi ma che regala dignità silenziosa. Raccontare non tanto i prodotti, gli attrezzi o le regole, ma la sostanza umana che si nasconde dietro un pavimento lucido o un vetro trasparente.
Scrivere era un modo per dire: guardate meglio. Dietro a ciò che sembra ovvio c’è una vita intera fatta di sforzi, notti trascorse in piedi, mani rovinate dai detersivi, risate improvvise tra colleghi per alleggerire la stanchezza. Pulito nasce così, non come un manuale né come un romanzo, ma come un cammino dentro questo mondo silenzioso, intrecciando tecnica e racconto, esperienza e riflessione.
Ed è proprio da qui che voglio cominciare: da quella sensazione di essere parte di un ingranaggio che funziona perché qualcuno, nell’ombra, lo mantiene oliato. Un mestiere che non appare nei titoli dei giornali, ma che permette a tutti di vivere e lavorare in spazi che li accolgono. Un mestiere che non fa rumore, ma che lascia il segno.
Estratto da Pulito – Parte 2
Le giornate iniziano presto, molto prima che gli altri si sveglino. La sveglia suona quando fuori è ancora buio e la casa tace. C’è un attimo di esitazione, poi ti alzi, ti vesti in silenzio, prepari il caffè in fretta. Sai che mentre il resto della città dorme tu stai già andando incontro al lavoro.
Ogni mestiere ha i suoi strumenti, e i nostri raccontano molto di noi. Caricare il furgone è un rito che sembra sempre uguale, ma in realtà è la prima forma di organizzazione: i secchi al loro posto, le scope sistemate, i panni puliti piegati con cura, le gommine nuove pronte nella stecca, i detergenti controllati. Se dimentichi qualcosa, lo scoprirai nel momento sbagliato, davanti a un vetro alto dieci metri o a una macchia ostinata su un pavimento. Per questo ogni mattina il controllo degli attrezzi è il primo gesto di responsabilità: non solo verso il lavoro, ma verso i compagni che contano su di te.
Una volta arrivati, tutto comincia quasi in silenzio. C’è chi prepara i secchi, chi sistema i prodotti, chi controlla le scale o le macchine. Poi ognuno prende la sua postazione e i gesti partono come una danza conosciuta. Pulire i pavimenti, lucidare le superfici, disinfettare i punti critici: sembra routine, ma dentro la routine ci sono mille attenzioni che non si vedono. La mano che passa sulla maniglia non si limita a togliere la polvere: sa che lì si nascondono batteri, che lì passa ogni giorno la vita di chi entra e di chi esce.
Il tempo si misura in piccole conquiste. Un corridoio terminato, un ufficio rimesso in ordine, un vetro che torna trasparente. Eppure non è solo questione di risultati: è questione di metodo. Impari presto che se segui un ordine logico il lavoro fila liscio, mentre se improvvisi perdi tempo e fatica. È un mestiere che ti educa alla disciplina senza che tu te ne accorga.
A volte il lavoro porta incontri inattesi. Qualche dipendente arriva prima del previsto e ti trova lì, con il panno in mano. Ti guarda un po’ sorpreso, come se non avesse mai pensato che ci fosse qualcuno prima di lui. Ti saluta, magari ti ringrazia distrattamente, e se ne va. Non è colpa sua: semplicemente non ci pensava. Ma a te basta quel piccolo cenno per ricordarti che, anche se invisibile, il tuo lavoro ha un peso nella vita di chi abita quegli spazi.
Ci sono momenti di leggerezza. Una battuta scambiata tra colleghi, un sorriso che rompe la fatica, un gesto di aiuto quando il secchio è troppo pieno o la scala troppo pesante. In quei momenti capisci che non sei solo, che il mestiere è anche comunità, legami che nascono dal condividere ore e sudore. Nessuno di noi potrebbe reggere da solo, ma insieme la giornata scorre.
Verso la fine arriva sempre il momento della verifica: un ultimo sguardo alle stanze, alle superfici, ai dettagli. Un lavoro non è finito finché non ti fermi ad osservare. Ed è lì che ti accorgi che ogni gesto, anche il più piccolo, ha lasciato un segno. Un vetro limpido, un pavimento che riflette la luce, una stanza che profuma di fresco. Sono piccole vittorie che non si celebrano con applausi, ma con una soddisfazione silenziosa che resta dentro.
Quando esci e chiudi la porta alle tue spalle, il mondo fuori sembra ricominciare. Le strade si riempiono, la città si sveglia, e tu hai già dato il tuo contributo. Nessuno lo sa, ma tu sì. E questo basta.
Estratto da Pulito – Parte 3
Ci sono lavori che si imparano con manuali e corsi, e altri che si imparano vivendo. Il nostro è un po’ entrambe le cose. Perché la tecnica è fondamentale: un panno giusto fa la differenza, un detergente sbagliato rovina una superficie, un ordine preciso dei gesti ti fa guadagnare tempo e salute. Ma la tecnica da sola non basta. Senza attenzione, senza rispetto, senza coscienza, il lavoro resta incompleto.
Un esempio banale: pulire un bagno. C’è chi lo fa in fretta, spruzzando un prodotto e passando un panno. E c’è chi invece sa che lì si gioca gran parte della sicurezza di un ambiente, che lì si concentra la vita più intima delle persone. Quel gesto, fatto con consapevolezza, cambia tutto. Non è più solo pulizia, diventa responsabilità.
Così funziona anche con i vetri, con le scale, con gli uffici. Non basta togliere lo sporco: bisogna entrare con la testa e con il cuore. Capire che quello che fai non è solo “per oggi”, ma crea un clima, un’accoglienza, un benessere che si riflette sul lavoro e sull’umore di chi abita quello spazio.
È un mestiere che educa alla precisione, perché il dettaglio non mente. Se lasci un alone, se dimentichi un angolo, lo vedrai subito. E ti insegna anche l’umiltà: perché non importa quante ore tu abbia lavorato, al mattino tutto ricomincerà da capo. Non ci sono medaglie permanenti in questa professione. Ogni giorno è una nuova sfida, ogni giorno bisogna rifare, ricominciare, ripartire.
Qualcuno potrebbe chiedersi: ma allora che senso ha, se bisogna sempre ricominciare? La risposta è semplice: il senso è nel prendersi cura, non nel possedere un risultato. È come cucinare un pasto o coltivare un orto: sai che non durerà per sempre, ma lo fai perché serve, perché nutre, perché rende la vita più vivibile. Pulire è un gesto che si rinnova e che proprio per questo ci ricorda che nulla è eterno, ma tutto può essere reso migliore per un po’.
E in questo “per un po’” c’è tutta la grandezza del mestiere. Non dare soluzioni definitive, ma offrire respiro, ordine, possibilità. Dare un senso di normalità che diventa invisibile agli occhi, ma che tocca in profondità chi lo vive.
Ho imparato che pulire non è solo un lavoro manuale, ma anche un modo di stare al mondo. È prendersi cura degli spazi che gli altri abitano, è custodire silenziosamente la quotidianità. È un mestiere che ti allena a vedere ciò che non si vede, a dare importanza a ciò che sembra secondario, a capire che la vera differenza sta nei dettagli.
Ed è per questo che ho deciso di scrivere Pulito. Perché un mestiere che ti educa così tanto non può rimanere nascosto. Perché dietro a ogni pavimento lucido, a ogni vetro trasparente, a ogni stanza pronta ad accogliere c’è una storia che merita di essere ascoltata.
E forse l’obiettivo più grande non era nemmeno insegnare, ma restituire. Restituire valore a un lavoro che accompagna la vita di tutti senza mai farsi notare. Restituire voce a chi ha passato notti e giorni a rendere vivibili gli spazi degli altri. Restituire dignità a quei gesti semplici che, messi insieme, tengono in piedi intere comunità.
Questo libro non è un punto d’arrivo, ma un invito. A guardare meglio, a riconoscere, a non dare per scontato ciò che c’è intorno a noi. Perché dietro a quel silenzio che accoglie, c’è sempre qualcuno che ha lavorato. E raccontarlo, forse, era il minimo che potessi fare.
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