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Il Vetro “Capitolo Del Racconto”

Il Capitolo del racconto

Il vetro del mattino – storia di una squadra

Persone diverse, vite distinte, abitudini proprie. Ma una cosa li accomuna tutti, ogni giorno, senza eccezioni: la sveglia delle sei. Non importa se è lunedì o domenica, se fuori il cielo è tagliato da un’alba limpida o gonfio di pioggia, se l’inverno pizzica le ossa o l’estate suda già sui muri: alle sei, ognuno di loro si alza. È un gesto inciso nella carne, come una firma che non si cancella. Un suono secco, familiare, che non sorprende più da anni, ma segna l’inizio di qualcosa che conta. Andrea si sveglia sempre un minuto prima del trillo. Non è scaramanzia. È consapevolezza. Il suo corpo lo sa, e si muove prima del richiamo. Va in cucina senza accendere la luce, mette su il caffè e mentre l’acqua bolle si avvicina alla finestra. Il vetro è freddo. Fuori, la strada è ancora addormentata. Dentro, invece, la mente è già al lavoro. Con il primo sorso, Andrea ripassa tutto ciò che ha caricato nel furgone la sera prima. Lo fa senza pensarci troppo, ma senza dimenticare nulla. Scorrono nella testa come volti fidati: le cinture da fissare al cestello, i cavi da assicurare al trabattello, i caschi allineati come soldati, i guanti – sia quelli leggeri per i vetri che quelli rinforzati per le manovre. Pensa alle stecche, tutte in ordine, ognuna con la gomma nuova tagliata alla misura giusta. Le ha controllate una ad una. Non c’è niente di peggio che iniziare un vetro e accorgersi che la gomma strappa o lascia righe. Poi ci sono le scale, di ogni misura, caricate come in un gioco di incastri. I secchi puliti, separati. Uno per il sapone, uno per l’acqua chiara. I raschietti con le lame nuove, ancora nel loro involucro, e infine quelle due magliette di scorta, piegate e infilate nella tasca laterale. Perché può sempre succedere: una chiazza, un colpo d’acqua, un imprevisto. E se c’è una cosa che Andrea non sopporta, è lavorare con la maglia bagnata addosso. Finito il caffè, posa la tazza, entra in bagno, si lava con attenzione. L’acqua sul viso lo sveglia del tutto. La barba, la maglietta bianca, il filo di profumo che non invade ma accompagna. Apre lo zaino. Dentro è già tutto al suo posto. I panni piegati, ognuno col suo uso. Il tergivetro personale, il vello, il suo panno con il bordo cucito a mano, quello che non presta mai a nessuno. Alle sei e quaranta chiude la porta di casa. Non dice niente, non serve. Fuori, la città dorme ancora. Ma lui no. Lui è già in movimento. Perché il lavoro, quello vero, comincia prima di arrivare. Comincia quando ti alzi sapendo che ogni cosa che porti con te ha un motivo, un ruolo, un peso. Ogni dettaglio può fare la differenza. Ogni dimenticanza può rovinare l’intera giornata. E quando sale sul furgone, Andrea non parte solo per un luogo. Parte per un compito. Uno di quelli che nessuno nota, ma che cambia tutto. Alle sette e quarantacinque, nel parcheggio davanti al capannone, arrivano uno alla volta. Marta è la prima, come spesso accade. Ha uno sguardo ancora pieno di casa, ma già vestito di concentrazione. Scende dall’auto, apre il baule e prende il borsone con calma, come se stesse entrando in un luogo sacro. Subito dopo arriva Alessandra, con i capelli raccolti e il volto sereno. Ascolta qualcosa in cuffia che si toglie appena la vede. Non serve parlare: si salutano con un mezzo sorriso. Antonio arriva con la sua Panda rossa un po’ scrostata. Parcheggia di lato, spegne il motore e resta un attimo con le mani sul volante. Poi esce e si unisce agli altri. Mirko è l’ultimo. Sempre in orario, ma mai prima. Ha energia nelle gambe e una voglia negli occhi che Andrea riconosce e sorveglia. Andrea è già lì, con il furgone aperto e la schiena piegata dentro a sistemare ancora qualcosa. Quando si alza, li guarda uno ad uno, senza dire nulla. Ma il gesto delle mani che chiudono il portellone, quello sì, è un segnale chiaro: si parte. Il capannone è lì davanti a loro, immobile. Una struttura di vetro e acciaio, tirata su con logica geometrica, riconvertita da fabbrica a sede direzionale. Non un punto debole, non un angolo sporco. Ma ogni cosa è ancora da finire. Alle otto in punto arriva l’architetto. Scarpe pulite, casco bianco, fascicolo sottobraccio e andatura sicura. Si avvicina alla squadra con un’espressione neutra. Li guarda tutti, poi si rivolge ad Andrea. «Chi è il caposquadra?» Andrea non si muove. Non si irrigidisce. Risponde con calma. «Siamo un’unica squadra. Dica pure. Facciamo il giro tutti insieme.» L’architetto accenna un sorriso, quasi sorpreso. Poi inizia il giro del cantiere, spiegando ogni zona. Indica i punti dove è stato appena passato il silicone, le pareti divisorie in cristallo temperato, i parapetti in vetro vivo sulla scala interna, i lucernari da raggiungere con il trabattello ancora montato. Fuori, c’è tutta la facciata da trattare. Poi si ferma, si gira di nuovo verso Andrea. «Secondo lei, quanto tempo vi serve?» Andrea guarda l’edificio, poi guarda il sole, poi la squadra. «Minimo tre giorni. Se vogliamo farlo bene, senza tornare sui nostri passi.» L’architetto annuisce. «Va bene. Fatelo bene.» Andrea ringrazia con un cenno del capo, poi si volta verso gli altri. Nessuna chiamata, nessuna urgenza. Solo un gesto della mano. E in un attimo ognuno sa dove andare. Antonio resta a terra. Andrea gliel’ha detto poco prima, con voce calma e sincera. «Ti affido i vetri a portata di braccio. Niente scale oggi. La velocità ce l’hai ancora, ma non serve sforzarti. Qui si lavora lunghi. Non serve bruciare fiato.» Antonio non ha risposto. Ma ha sentito tutto. Ha capito che è stato ascoltato. E che viene messo dove serve, non dove pesa meno. Dentro, Marta e Alessandra si muovono come in una coreografia. Una insapona, l’altra stecca. Le mani si muovono leggere, i piedi quasi non fanno rumore. Mirko li guarda e assorbe. Andrea lo affianca. «Vieni con me. Oggi ti porto sulla cesta.» Fuori, il furgone è già in posizione. Andrea apre i supporti laterali, li blocca al suolo. Lo fa in silenzio, ma ogni gesto è una lezione. Controlla l’equilibrio, regola i piedini. Poi si gira verso Mirko. «Vedi com’è adesso? Piantato. Dritto. Così la cesta non si muove. Se non la stabilizzi, rischia di oscillare. E se sbatti sul vetro, lo spacchi. Ma il rischio vero non è quello. Il rischio sei tu, se cadi.» «Ma per usarla serve una patente, vero?» Andrea lo guarda. «Certo. Patentino, formazione, prove. Chi guida una cesta non può improvvisare. Non è solo questione di comandi. È questione di testa.» Si aggancia alla cintura di sicurezza, fa salire Mirko e lo invita a fare lo stesso. La cesta si alza lenta, precisa. Il vetro esterno li attende, lucido di riflessi. «Mantieni almeno venti centimetri» dice Andrea, indicando la lastra. «Se stai troppo vicino, rischi di toccarlo con il fianco della cesta. Se sei troppo lontano, non arrivi bene con la stecca.» Mirko annuisce e prova. Andrea lo osserva, poi alza una mano. «Stop. Guarda lì. Hai lasciato bagnato il bordo. Mai farlo. È lì che si vede se hai fatto le cose bene o di fretta.» Poco prima delle dodici e mezza, Andrea fischia due volte. È un segnale semplice, ma chiaro. La squadra si raccoglie attorno al furgone. Marta tira fuori i panini. Antonio apre il portellone e prende le sedie pieghevoli. Ognuno si siede dove capita. Nessuno prende sempre lo stesso posto. Eppure, tutto sembra sempre ordinato. Il pranzo è silenzioso, fatto di bocconi e piccole battute. «Oggi mi sento le gambe leggere» dice Antonio. «Domani anche le braccia» risponde Marta, ridendo. Andrea resta in piedi, appoggiato al furgone. Mirko alza lo sguardo verso la cesta. «Torniamo su anche oggi pomeriggio?» Andrea scuote il capo. «No. Il sole batte troppo. Il vetro si scalda, si asciuga mentre lo stai pulendo. Ogni passata è una riga. Torniamo domattina, col fresco.» Si guardano tutti. Nessuna obiezione. Si lavora quando serve, non quando conviene. Il pomeriggio scorre tra vetri interni, dettagli, rifiniture. Il primo piano viene completato in silenzio, con gesti netti e sguardi corti. Ognuno passa una volta sola. Nessuno torna indietro. Quando lasciano il capannone, il sole è ancora alto. Ma dentro, il lavoro è stato fatto. E chi passa tra quelle pareti non vede nulla. Ma sente che c’è stato qualcuno. Che ha lavorato bene. Alle sei in punto, la sveglia suona di nuovo. Ma quella mattina c’è qualcosa di diverso. L’aria ha un odore più scuro, come di terra bagnata. Il cielo è coperto, ma non piove. È come se tutto fosse sospeso. Anche il silenzio. Andrea è già sveglio. Il caffè gli resta tra le dita mentre guarda fuori. Non c’è luce, solo un riflesso grigio sulle auto parcheggiate. La mente, come sempre, passa in rassegna ogni cosa. La cesta, i vetri esterni, la parte alta sopra la scala, il bordo che ieri era ancora sporco. Pensa anche a Mirko. A quanto ha ascoltato. A quanto deve ancora imparare. E pensa al tempo, perché sa che la pioggia non avvisa mai: arriva e basta. Alle sette e quarantacinque sono tutti lì. Marta ha un cappuccio sulla testa. Alessandra indossa un giubbotto leggero. Antonio ha una sciarpa stretta al collo, non per freddo, ma per abitudine. Mirko è silenzioso. Guarda in alto, poi guarda Andrea. «Secondo te regge?» chiede. Andrea guarda il cielo. Non risponde. Si limita a dire: «Saliamo subito.» Dentro il capannone l’aria è fredda. I vetri interni sono già puliti. Si cammina come in una struttura appena nata. Tutto brilla, ma tutto è ancora vuoto. È fuori che resta da fare. Andrea prepara la cesta. Controlla i pistoni, la messa in piano, i comandi. Sale con Mirko, di nuovo. La luce è diversa. Il vetro sembra più cupo. «Ogni giorno ha un vetro diverso» dice Andrea, mentre si aggancia la cintura. «Non sono mai gli stessi. Cambia il riflesso. Cambia la risposta. Devi adattarti.» La cesta si alza. Mirko, oggi, si muove meglio. Ascolta il vetro. Guarda prima di passare. Andrea lo osserva, ma non parla. Solo alla terza passata dice: «Oggi ci sei. Hai capito il ritmo.» In quel momento, però, qualcosa si inceppa. Un suono secco, metallico. La cesta si ferma, a metà corsa. Andrea sposta la leva. Niente. Silenzio. Poi un bip intermittente. «Batteria scarica. Doveva essere al cento ieri…» Andrea guarda in basso. La squadra è tutta lì, sotto. Marta alza lo sguardo. «Tutto bene?» Andrea fa un gesto con la mano. «Sì. Solo un fermo tecnico. Scendiamo a mano.» La cesta, fortunatamente, ha un sistema di emergenza. Un comando manuale che, con lentezza, permette la discesa. Andrea lo aziona con calma. Scendono piano. Nessuna fretta. Nessuna tensione. Una volta giù, Andrea si passa una mano sul collo. «Mirko, oggi impari anche questo: i mezzi vanno controllati, ma anche quelli nuovi possono cedere. Mai fidarsi al cento per cento. La sicurezza viene prima.» Mirko annuisce. Andrea si avvicina al furgone e prende il cavo per la ricarica. Lo collega alla presa del cantiere. «Dobbiamo aspettare un po’. Intanto facciamo gli altri vetri. Quelli alti si faranno dopo pranzo.» Il lavoro riprende. Dentro, Antonio è seduto per terra. Sta lucidando un angolo basso che nessuno avrebbe notato. Ma lui sì. Ha un panno tra le mani, e si ferma ogni tanto a guardare il riflesso. Non pensa a niente in particolare. Solo a quanto ha visto cambiare questo mestiere. A come si lavava prima, e a com’è oggi. E dentro di sé, ringrazia di essere ancora qui. Con le ginocchia un po’ più dure, sì, ma con lo sguardo ancora vivo. Fuori, Alessandra e Marta sistemano la zona dell’ingresso. Parlano piano, come se stessero raccontandosi qualcosa di delicato. Marta dice che ieri sera ha rivisto le mani. Le sue. Sporche, gonfie, ma forti. «Non mi vergogno più di averle così» dice. «Nemmeno io» risponde Alessandra. «Sono la parte più vera di quello che siamo.» Verso le dodici e trenta, Andrea dà il segnale. Si aprono le sedie. I panini cambiano mani. Antonio si siede, guarda il cielo che ancora non ha deciso cosa vuole fare. «Forse ce la caviamo» dice. Andrea si siede accanto a lui. «Ci basta il pomeriggio. E domattina per chiudere i punti alti.» Mirko mangia in silenzio. Poi si gira verso Andrea. «Perché hai scelto di fare questo mestiere?» Andrea lo guarda un attimo. Poi prende tempo, masticando con calma. «Perché un giorno, da ragazzo, ho pulito un vetro e mi sono visto dentro. Mi sono visto, chiaro. E ho pensato: forse serve anche questo, per esistere. Rendere visibile qualcosa che prima era solo sporco. O solo dimenticato.» Nessuno dice nulla. Ma quel silenzio, per un attimo, unisce tutti. Il terzo giorno era cominciato come tutti gli altri, con quella liturgia silenziosa che ormai apparteneva a ognuno di loro: la sveglia alle sei, il caffè che scivola giù in gola come un piccolo fuoco, l’acqua sul viso, la maglietta pulita, sempre con un profumo appena accennato. Andrea, seduto sul bordo del letto, aveva fatto il solito giro mentale. Aveva ripassato ogni oggetto nel furgone: le cinture di sicurezza, i cavi di protezione, i caschi, i guanti, le stecche con gomma nuova, le gomme di ricambio, le scale di ogni misura, i secchi, i raschietti con lame nuove. E, come ogni mattina, aveva infilato anche una maglietta di scorta. Non si sa mai, diceva sempre. Quel giorno l’aria era frizzante. C’era un cielo pulito, chiaro, con una luce che prometteva vetri perfetti. Alle otto erano già tutti sul posto. Lavoravano con calma, con metodo. Mirko era salito con Andrea sul cestello. Marta e Alessandra lavoravano in coppia al piano terra. Antonio, come sempre, si era preso i vetri ad altezza uomo. Non c’era bisogno di dirglielo. Lo sapeva Andrea, lo sapeva lui. Era l’accordo non detto tra chi conosce i limiti e li rispetta. Ma la stanchezza è come un vento leggero: ti accarezza e non la senti, ma piano ti sbilancia. Andrea era al piano di sopra con Mirko, stavano rifinendo l’ultimo angolo della parete di vetro più alta, quando sentì un tonfo sordo. Un urto secco, come legno che batte sul cemento. Un istante dopo, la voce di Marta: Antonio.

Scese di corsa. Antonio era a terra, seduto, pallido. La scala era ancora lì, appoggiata a una parete. Il panno gli era scivolato di mano. Il braccio sinistro aveva una piega strana, innaturale. Andrea si avvicinò di scatto. Che hai fatto? Antonio cercò di minimizzare, come fanno sempre quelli che hanno qualcosa da farsi perdonare. Ho solo messo il piede male… non è niente.

Ma Andrea non era più il solito Andrea.

Ti avevo detto di non usare le scale. Te l’avevo detto. Non le devi prendere. Non così. Non da solo. La rabbia gli era salita come un’ondata. Era stanco, preoccupato, ma soprattutto deluso. Perché la sua calma era sempre stata un’alleata, ma adesso gli sembrava un lusso che non poteva permettersi. Marta aveva già chiamato il 112. Mirko era impietrito, guardava la scena con gli occhi larghi. Alessandra teneva la mano ad Antonio, che cominciava a sentire il dolore montare. Quando arrivò l’ambulanza, nessuno parlò. Solo Andrea spiegò velocemente cosa era successo. Salutarono Antonio con un cenno, mentre veniva caricato. Poi ci fu il silenzio. Andrea rimase qualche secondo immobile. Guardò gli altri. Quello che dico io si fa. Non per orgoglio. Ma per sicurezza. Io non vi chiedo mai niente per me. Ma quello che dico si fa. Si girò e rientrò nel capannone. Nessuno lo seguì subito. Quel giorno il lavoro riprese piano, con gesti più lenti. La squadra sembrava meno squadra. Come se mancasse un’armonia. Fu Alessandra la prima a riprendere il ritmo. Poi Marta. Poi Mirko. Andrea non parlò più per un po’. Ma osservava. Dentro di lui qualcosa si era rotto. Non la fiducia, ma l’equilibrio. Quell’incidente, quella disobbedienza, avevano lasciato una crepa. E adesso bisognava capire se da quella crepa sarebbe entrata pioggia, oppure luce. Quella sera ognuno visse quel dolore a modo proprio. Chi con silenzio, chi con pensieri, chi semplicemente dormendo poco. Bastava così poco per cambiare gli equilibri in un gruppo. E solo il capo squadra poteva sanare quella frattura. Andrea. Ma Andrea era il più scosso di tutti.

Non riusciva a darsi pace. Non solo per l’affetto che provava per Antonio, ma per la responsabilità che lo schiacciava. Perché oltre a guidare la squadra, lui era anche il preposto alla sicurezza. Responsabile di tutto ciò che accadeva dentro quel cantiere. Aveva dovuto redigere un rapporto preciso, dettagliato, freddo. Annotare l’ora esatta, le dinamiche, l’altezza, la posizione della scala. Aveva dovuto chiamare l’azienda. Poi la famiglia. Ogni parola era un coltello. E mentre scriveva, mentre parlava, mentre spiegava… qualcosa dentro di lui si incrinava. Andrea era distrutto. Ma sapeva che l’indomani si sarebbe dovuto rialzare. E con lui, anche la sua squadra. Il giorno dopo si presentò con una calma apparente, come certe mattine in cui l’aria sembra immobile ma sotto si muove qualcosa. Tutti arrivarono in orario, ma con un passo più lento. Le otto erano sempre le otto, e la sveglia delle sei non perdonava. Ma dentro ognuno di loro qualcosa era cambiato. C’era un peso, una voce muta, una stanchezza che non veniva solo dal corpo. Mentre scaricavano il furgone e sistemavano gli strumenti sul banco, gli sguardi si incrociavano con discrezione, come per chiedere notizie senza disturbare il silenzio. Marta, a bassa voce, domandò: qualcuno ha sentito niente? Alessandra fece un cenno: so solo che l’hanno portato in ospedale, stanotte, ma non so altro.

Andrea si avvicinò. Sembrava lo stesso di sempre, ma le occhiaie scavate parlavano per lui. Ho sentito la famiglia. Antonio è lucido, sta bene. Hanno deciso di operarlo al braccio in mattinata. Il sollievo fu un’esalazione comune, trattenuta e profonda. Non era una bella notizia, ma era una notizia che dava fiato. Andrea fissò la squadra e disse: il lavoro va finito. Diamoci una mossa. Stasera consegniamo le chiavi. Nessuno disse nulla. Nessuno osava discutere. Ma in quel silenzio si leggeva un consenso tacito, unito da uno scopo condiviso: onorare chi mancava. Marta si chinò e prese la stecca che Antonio aveva usato il giorno prima. La osservò qualche secondo, come se contenesse un messaggio, poi la ripose. Non l’avrebbero toccata. Nessuno avrebbe osato. Il lavoro riprese. Con meno voce, con meno battute, ma con una precisione quasi religiosa. I corpi facevano il loro dovere, le mani conoscevano ogni gesto. E piano piano, ora dopo ora, le emozioni si scioglievano. Una parola, uno sguardo, un piccolo sorriso condiviso. Il gruppo cercava un nuovo equilibrio, e lo trovava nel mestiere stesso, nel rituale familiare del pulire. Andrea aveva deciso: entro le undici avrebbe terminato il primo piano, poi sarebbe salito sul cestello con Mirko per finire l’esterno. Lavorava come se ogni gesto fosse un tributo. Era stanco, ma fermo. Il suo modo di affrontare le cose era uno solo: farle bene. Alle dodici e trenta si fermarono. Panini, thermos, sedie pieghevoli accanto al furgone, come sempre. Ma il vuoto si sentiva. Nessuna voce a raccontare storie, nessuna risata di fondo. Eppure, proprio quel vuoto iniziava a insegnare qualcosa. A rendere ogni dettaglio più importante. Ogni regola, più viva. Ogni gesto, più consapevole. Nel pomeriggio, mentre i vetri riflettevano il sole e il lavoro volgeva al termine, il telefono di Andrea vibrò. Si allontanò qualche passo. Quando tornò, sorrideva.

Era Antonio. Operazione riuscita. È sveglio, lucido, tranquillo. Ha chiesto di noi. Ha detto che si è sentito stupido, ma che ci vuole bene. Il sollievo fu immediato. Marta sorrise. Alessandra si coprì gli occhi. Mirko, senza dire nulla, alzò il pollice. Andrea prese una stecca con gomma nuova, la rimise con precisione al suo posto. Quel gesto bastava a chiudere la giornata. Mentre caricavano gli ultimi strumenti sul furgone, nessuno parlava di Antonio, ma tutti pensavano a lui. Le scale erano ben legate, le stecche in ordine, i secchi svuotati e puliti, le cinture arrotolate come si deve. Era una preparazione che sembrava un rito. Come se ogni oggetto dovesse trovare il suo posto non solo per ordine, ma per rispetto. Il furgone, sulla via del ritorno, sembrava più leggero. Si parlava. Poco, ma si parlava. Qualche battuta, qualche accenno di risa. Il dolore era ancora lì, ma non era più solo. Era condiviso. E condividere, a volte, basta per respirare. Alla fine, la squadra aveva portato a termine il lavoro. Avevano lucidato ogni vetro, sistemato ogni dettaglio, consegnato le chiavi. E Andrea, chiudendo il portellone, si voltò a guardare l’edificio. Dentro quei vetri non c’erano solo riflessi: c’era la loro fatica, la loro caduta, e la loro lenta risalita. Questo mestiere non è solo tecnica. È memoria. È fragilità. È cura. E quel giorno, senza volerlo, avevano pulito anche qualcosa dentro di loro. Il giorno dopo, nuovo lavoro – un condominio. Non c’era pioggia, ma nemmeno sole. Un cielo lattiginoso copriva il cantiere come una coperta grigia. Era un venerdì, e tutti sapevano che quel giorno si sarebbe chiuso il ciclo. Non era solo una questione di lavoro. C’è un momento, in ogni impresa, in cui senti che stai per uscire da un tempo sospeso. Quel tempo che ha contenuto fatica, scelte sbagliate, mani tese e parole sbagliate. Quel tempo stava per finire. Entrarono nel palazzo con una cura nuova. Andrea sembrava più calmo, ma era una calma diversa: non più la calma dell’abitudine, ma quella che nasce dopo la tempesta. Marta e Alessandra si presero l’ingresso e i vetri interni. Mirko salì con Andrea per i vetri delle scale. Lavoravano tutti con movimenti attenti, lenti, quasi gentili. Era come se quel lavoro, fatto mille volte, quel giorno avesse un altro senso. Ogni panno passato sembrava una carezza. Ogni vetro lucidato era una forma di perdono. Non più e non solo un mestiere: un gesto per chi c’è e per chi manca. Un modo per dire: ci siamo ancora. Siamo ancora una squadra. Andrea controllava tutto, ma senza la rigidità del giorno prima. A tratti si fermava, guardava uno dei ragazzi, accennava un sorriso. Era tornato presente. Non era più chiuso nel rimorso. Aveva trovato la forza di essere guida. Quando anche l’ultima vetrata fu finita, Andrea scese per controllare ogni piano. Marta, seduta sul gradino d’ingresso, si passava le mani sui jeans, guardando il cielo. Alessandra beveva dalla sua borraccia. Mirko sistemava il banco degli attrezzi. Tutti attendevano. Andrea uscì, fece un cenno. Finito. Consegniamo. E in quel momento, mentre Marta già cercava le chiavi nel borsello, il telefono di Andrea squillò. Si fermò un istante. Guardò il nome sullo schermo e rispose subito. Andrea? Sono Antonio. Operazione ok. Sto bene. Mi girano un po’, ma mi hanno detto che tornerò come prima. Volevo solo dirvi grazie. A tutti. Andrea non disse nulla per qualche secondo. Poi rispose solo: anche noi. Ci sentiamo lunedì. Ora riposa. Chiuse la chiamata. E quella notizia scivolò come acqua sulle spalle di ognuno. Lavò via qualcosa. Un peso. Un silenzio. Un’ombra. Marta si alzò. Alessandra rise piano. Mirko alzò le braccia in aria come un calciatore che segna. Andrea camminò verso il furgone con un passo nuovo. Meno curvo. Più sereno. Consegnarono le chiavi all’architetto con una stretta di mano veloce. Nessun discorso. Nessuna celebrazione. Ma nei volti c’era una pace leggera, fatta di umanità, di giorni spesi, di un mestiere che li aveva attraversati. Sul ritorno, il furgone era silenzioso, ma quel silenzio non faceva male. Era pieno. Era un silenzio complice, quello delle squadre vere. Quelle che hanno condiviso qualcosa che non si dimentica.

La settimana era finita. I vetri erano puliti. Le mani stanche. Ma gli occhi, forse, vedevano più lontano.

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