Gli strumenti in ordine parlano di te
Quando si finisce un lavoro, ci sono due modi di andarsene. Due gesti che sembrano simili, ma raccontano storie molto diverse. C’è chi chiude in fretta, chi lascia il secchio dov’era, l’acqua grigia e stanca, il vello affondato come un pensiero dimenticato, la stecca ancora umida e i panni gettati alla rinfusa in un angolo. Un groviglio che sa di fretta, di stanchezza, di quella trascuratezza che si insinua quando si pensa che nessuno guardi, che nessuno noti. E poi c’è un altro modo. Un modo più lento, più attento, più discreto. C’è chi si ferma un istante, prende fiato e guarda ciò che ha usato come si guarda qualcosa a cui si tiene. Sciacqua a lungo il vello, lo strizza con le mani come se stesse lavando qualcosa di prezioso, di delicato, come se volesse restituirgli dignità. Lo apre, lo stende, lo appende con cura, come si fa con una camicia buona dopo una giornata importante. Non perché qualcuno lo stia osservando, non per esibizione. Ma per rispetto. Per sé, per il lavoro, per lo strumento. Passa un dito lento e paziente sulla gomma della stecca, ne sente la superficie, ne riconosce il silenzioso servizio. La pulisce. Non con gesti rapidi, ma con la calma di chi sa che anche l’ultimo atto del giorno conta. Piega i panni, li sistema in ordine, li lascia ad asciugare con discrezione, in silenzio. Anche questo è parte del mestiere. Anche questo è un gesto che parla. Perché la differenza, quella vera, non si nota subito. Non è nel rumore dei grandi risultati, ma nel dettaglio delle piccole cose. È nel giorno in cui il vello non puzza. Nel momento in cui la gomma scivola senza strisciare. Nell’istante in cui il panno assorbe ancora, come se fosse nuovo. È lì che capisci. Capisci che non è solo il vetro a raccontare chi sei. Sono anche gli strumenti che porti. Il modo in cui li riponi, in cui li tratti, in cui te ne prendi cura anche quando nessuno guarda, anche quando tutto è già stato fatto. Il vello, ad esempio. Non è un semplice pezzo di stoffa, non è un accessorio marginale. È l’inizio di ogni gesto, il primo contatto, la prima carezza data al vetro. Va lavato ogni volta, ogni giorno, con costanza. A mano, con pazienza, oppure in lavatrice, ma sempre senza detersivi profumati, senza ammorbidenti che possano lasciare residui. Perché ogni traccia rimasta sul vello diventerà un velo sul vetro. E quel velo si vede. Si vede sempre. Il vello va steso all’aria, lasciato respirare. Mai chiuso in un sacchetto, mai dimenticato in un baule, mai sigillato in un’auto al caldo. Un vello lasciato per tre giorni in macchina ha l’odore amaro di chi non ama ciò che fa, di chi tratta con superficialità il cuore del proprio mestiere. Quando le fibre iniziano a perdere forza, quando il tessuto non trattiene più l’acqua ma la lascia scorrere via, quando il movimento sul vetro diventa lento, pesante, privo di scorrevolezza… è il momento di lasciarlo andare. Di ringraziarlo e cambiarlo. Senza esitazioni. Senza rimpianti. Come si fa con gli oggetti che hanno servito bene, che hanno dato tutto.
La gomma della stecca, poi, è ancora più silenziosa. Lavora nell’ombra, ma si fa sentire quando si consuma. Non grida, ma lascia segni. Piccole righe invisibili, ombre che attraversano il vetro, che restano. E quelle ombre parlano. Raccontano la fine di un ciclo, l’usura di uno strumento, il momento in cui bisogna fermarsi e scegliere: continuare così o cambiare. Un bravo operatore lo sa. Controlla la gomma ogni giorno. La osserva, la tocca, sente se scivola come deve o se inciampa. Una gomma buona può durare settimane, mesi, ma nessuna dura per sempre. E quando arriva il momento, non si tira indietro. Si cambia. Non di fretta, ma con la decisione di chi conosce il valore del proprio lavoro.
E poi ci sono loro, i panni. I fedeli, i silenziosi, i sempre pronti. Anche loro hanno voce, per chi sa ascoltarla. Mai usare lo stesso panno per vetri e infissi, mai mischiarli, mai gettarli tutti insieme nella lavatrice come fossero stracci. Ogni panno ha una funzione, un compito, un’identità. Va rispettato. Lavato con acqua semplice, steso all’aria, riposto solo quando è completamente asciutto. Un panno lasciato bagnato in fondo a uno zaino, dopo due giorni, odora di negligenza. Odora di disordine. Di dimenticanza. E chi lavora così, lascia impronte anche quando pensa di non lasciarle. C’è chi tiene tutto in ordine, con una disciplina invisibile ma costante. Uno zaino pulito, attrezzi sistemati, ogni cosa al suo posto. E poi c’è chi riempie lo zaino come fosse un sacco, un contenitore di oggetti smarriti. La differenza si vede. Si percepisce. Anche chi non dice nulla, la nota. Un attrezzo curato dura di più. Funziona meglio. Lavora meglio. E racconta chi sei. Perché chi rispetta i propri strumenti… rispetta il mestiere. E chi rispetta il mestiere, ogni giorno, anche senza clamore, costruisce una forma di bellezza. Invisibile, silenziosa, ma reale. Come il vetro che, dopo il suo passaggio, scompare.
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